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Perché l’ambiente

Credo disperatamente nelle epifanie, in quegli attimi di improvvisa lucidità della mente che poi non sono altro che un risveglio della coscienza, una presa di consapevolezza. È stato così per l’ambientalismo: accorgersi d’un tratto della lacerazione che separa sempre più, inesorabilmente, l’uomo dalla sua Madre Terra, rimanere frastornati, e poi sconvolti, da questa perdita di sensibilità e chiedersi: cosa rimane, cosa c’è di umano in tutto questo?

Essere ambientalista per me significa prima di ogni altra cosa tentare di ricucire la voragine, di arrestare l’emorragia che dissangua la natura. Prendersi cura del pianeta è un’azione che può declinarsi in mille e più soluzioni, alla cui origine c’è però sempre un comune sentire, il sentirsi umani e, come tali, parte integrante dell’ecosistema Terra. Sono un’ambientalista “sentimentale”.

Ho fiducia nel movimento ambientalista perché in esso scorgo la sintesi di tutti gli slanci e le lotte in difesa dei diritti universali: è impossibile amare il pianeta senza essere mossi da un desiderio di giustizia. A me sembra che ogni tipo di sopruso o violazione sia riconducibile ad un atto di violenza nei confronti del pianeta, proprio perché assumo una prospettiva estremamente organica e inclusiva del concetto di difesa ambientale.

Una storica nave di Greenpeace è chiamata Rainbow Warrior: amo questo nome, poiché esso mi suggerisce un’idea di resistenza e soprattutto resilienza, mi insegna a lottare con convinzione e indignazione, ma senza cattiveria, senza vendetta, o sotterfugi, o frustrazione, piuttosto con ingegno e passione. L’amore è un sentimento vastissimo, che spesso tendiamo a mortificare e soffocare, dimenticandoci che è forse la più spontanea e perfetta forma di moralità. 

Amare il pianeta mi insegna ogni giorno ad agire secondo coscienza, ad osservare ciò che mi circonda con occhio critico e spirito di partecipazione, a connettermi con la vita e a rispettare la natura come un tempio che non conosce discriminazioni di razza, specie, sesso, età, misura, e che, al contrario, celebra la diversità e la varietà di forme come prima fonte di ricchezza.

Ogni gesto, e forse, ancora prima, ogni nostro pensiero o sensazione, ha un potentissimo impatto sull’ecosistema: la teoria del caos definisce questo concetto effetto farfalla. Un battito d’ali può scatenare uno tsunami, ma può anche salvare una foresta dalle fiamme di un incendio: tutto sta nel capire come e dove incanalare le nostre energie, se in azioni distruttive e nocive o, al contrario, riparatrici e costruttive.

Imparare a vivere in modo ecologico rende entusiasmante anche il gesto più banale, offre infinite e geniali possibilità a mente, corpo e spirito, infonde le giornate di positività.

Gaber cantava “libertà è partecipazione” e devo ammettere che dal momento in cui ho riconosciuto la mia appartenenza a questo nostro, meraviglioso pianeta, mi sono sentita libera come mai prima.

/Benedetta

 

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