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Un caldo Artico

Per il quarto inverno consecutivo, l’Artico si è trovato con temperature ben più elevate della media stagionale (oltre 20° in più rispetto alla stessa stagione negli anni precedenti; Danish Meteorological Institute, 2018). Febbraio e marzo hanno quindi visto questa regione più calda dell’Europa, che è invece stata colpita da un’intensa ondata di maltempo, con forti precipitazione nevose e cali drastici delle temperature.

Questa eccezionale inversione sembra sia dovuta a un fenomeno noto come “Stratwarming”, inteso come un rapido riscaldamento della stratosfera le cui cause non sono ancora note. Tale surriscaldamento può raggiungere anche gli strati inferiori dell’atmosfera, attraverso le varie correnti, fino anche al suolo, come in questo caso. In conseguenza si ha o uno spostamento verso il sud del vortice polare o una sua divisione, con la formazione di due nuclei di alta pressione nei pressi del polo, e due di bassa pressione che si spingono verso latitudini minori (NASA Ozone Watch, 2017). Un’ipotesi dell’origine dell’evento è che le onde di Rossby, fenomeno che porta al rimescolamento delle temperature alle varie latitudini, possano perdere una parte della loro energia che, trasferendosi agli strati atmosferici più alti, causano lo Stratwarming (Giuliacci et al., 2010).

Alla stazione meteorologica terrestre più settentrionale del mondo, Cape Morris Jesup Nord della Groenlandia, si sono registrate temperature che, a volte, sono risultate maggiori che a Londra e Zurigo, migliaia di chilometri più a sud. La scorsa settimana ci sono stati 10 giorni di temperature sopra lo zero per almeno una parte della giornata; questo costituisce un record rispetto agli avvenimenti precedenti di picchi sopra lo zero (2011, 2017) in cui l’evento è durato solo qualche ora. Questo dato fa supporre ad alcuni che il fenomeno sia dovuto a una modifica sostanziale del vortice polare, il vento forte che isola il polo dalle correnti più calde esterne, causata dal cambiamento climatico (Watts, 2018).

Gli scienziati attendo di vedere i risultati di tale ondata di calore sui ghiacciai, la cui estensione si è notevolmente ridotta nei decenni (tra il 1979 e il 2012, è stato perso il 3.5%-4.1% per decennio della superficie totale, mentre l’Antartico ha subito un decremento tra l’1.2 e l’1.8% per decade; IPCC, 2014) e che ha raggiunto il minimo storico durante gli ultimi tre anni. (Viñas, 2018).

Mentre un trend positivo delle temperature è provato (e risulta molto più intenso nella zona dell’Artico), non si sa ancora molto di questo fenomeno di riscaldamento della stratosfera, né se sia l’unica o vera causa dell’inversione termica di questi giorni; molti scienziati sono quindi ancora cauti nel legarlo al cambiamento climatico: oltre al principio di precauzione, la motivazione che li spinge a non esporsi è probabilmente che l’evento si ripete una volta l’anno in inverno (a diverse intensità, quelli maggiori si verificano meno frequentemente di quelli minori) alle alte latitudini. Preoccupante non è quindi il picco termico in sé, ma la sua intensità e longevità, oltre all’aumentata frequenza con cui si ripresenta (le alte temperature precedenti alla formazione dello Stratwarming sono imputabili direttamente al cambiamento climatico).

Un nuovo studio della NASA ha evidenziato che il permafrost  dell’Artico settentrionale si scioglierà abbastanza da diventare una source (sorgente) permanente di carbonio durante tutto il XXI secolo, e raggiungerà il suo picco tra 40-60 anni. Entro il 2300, le emissioni totali saranno pari a 10 volte quelle da combustibili fossili prodotte durante il 2016.
Le regioni più calde e meridionali del permafrost non diventeranno una fonte di carbonio fino alla fine del XXII secolo, perché altri processi contrasteranno l’effetto dello scioglimento dei ghiacci. Uno di questi sembra essere l’aumento della crescita delle piante, dei sink (pozzi) di carbonio, che, stimolate da temperature e concentrazione di carbonio elevati, bilanceranno le emissioni di queste regioni verso la fine del 2100. Si prevede che la parte settentrionale perderà 5 volte più carbonio per secolo rispetto a quella meridionale (Rasmussen, 2018).

 

Grafico estensione dei ghiacciai dell’artico in milioni di km^2 1979-2016 (NASA)

Animazione dell’estensione dei ghiacciaci dell’Artico, 1979-2015, da immagini satellitari (NASA)

I dati della NASA mostrano un attuale decremento di 13.2% della superficie ghiacciata per decade.

Seppur probabilmente naturale, questa eccezionale ondata di calore contribuisce a rallentare la formazione dei ghiacciai, insieme all’innalzamento generale delle temperature, portando così alla formazione di banchine troppo sottili (che si scioglieranno presto con la fine dell’inverno) o poco estese.

Mentre i governi continuano a rimanere fermi per burocrazia, ignoranza e convinzioni retrograde, Greenpeace continua a lottare contro questo stallo, cercando di risvegliare le coscienze di tutti: l’informazione è la nostra prima “arma”, la protesta pacifica la seconda.

Non smetteremo mai di far sentire la nostra voce.

 

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